Nelle guerre contemporanee anche i mezzi di informazione sono diventati armi.
Lo sviluppo tecnologico in campo militare ha sempre avuto come obiettivo quello di accrescere la capacità letale degli strumenti bellici, ma l’invenzione della bomba atomica ha portato l’uomo a raggiungere il limite massimo della violenza che si può scatenare nel corso di una guerra «convenzionale». La Bomba è stata utilizzata dagli Stati Uniti contro il Giappone per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale, nel momento in cui Washington ne deteneva il monopolio. La sua diffusione ha però creato una situazione tale per cui ci si possa immaginare un ipotetico conflitto atomico solo come una «distruzione reciproca assicurata».
Quest’arma e le successive – di pari o maggiore potenza – hanno finora svolto il ruolo di deterrente, nel senso che si possiedono come assicurazione o come minaccia, ma non per essere realmente impiegate sul campo di battaglia. Si è quindi raggiunta una simmetria nelle capacità letali delle Potenze atomiche e si è così creata una situazione di stallo dal punto di vista bellico, un congelamento durato per tutta la Guerra Fredda. Nel frattempo però gli strateghi militari non sono rimasti privi di incarichi.
Le battaglie si vincono soltanto quando si riesce a creare un’asimmetria tra le forze che si contrappongono. Non riuscendo più a ottenere questa asimmetria attraverso i mezzi militari «convenzionali» e non volendo più scatenare la violenza distruttrice della Bomba, si è cercato di aprire nuove dimensioni su cui confliggere. Si porta la guerra altrove, su campi prima d’ora rimasti ai suoi margini, se non addirittura estranei, ma così facendo si porta la guerra ovunque. Raggiunto il limite nella violenza militare, considerato finora invalicabile, si sono però superati altri limiti. Si ricercano tattiche asimmetriche non-militari per vincere altre battaglie. La guerra cambia forma, ma non si estingue. Si restringe l’utilizzo di armi propriamente militari, ma si introduce un nuovo concetto di armi e si amplia a tal punto il concetto stesso di guerra da trasformarla, senza però farle perdere il suo scopo originario.
Nell’Ottocento, von Clausewitz definiva la guerra come «un atto di violenza per costringere l’avversario alla nostra volontà». Una definizione più che mai attuale, ma al giorno d’oggi dobbiamo specificare che la «violenza», ossia l’imporsi sugli altri mediante la coercizione, seppure in un contesto di conflittualità organizzata quale è la guerra, la si può esercitare anche con mezzi non esclusivamente militari.
Quando si parla di guerra, ormai è necessario riferirsi al concetto di «Guerra Ibrida», ovvero una combinazione eterogenea di strumenti militari e non-militari. Questa nuova tipologia di conflitto invade le dimensioni non-militari della nostra esistenza, armando alcuni degli strumenti della nostra vita quotidiana. Di conseguenza la distinzione tra combattenti e civili si fa sempre più sfumata. Si perde la linea di demarcazione tra tecnologia civile e tecnologia militare, tra fronte interno e fronte esterno, addirittura tra guerra e pace, se persino un telefono di ultima generazione può diventare un’arma.
La metamorfosi della guerra comporta un aumento dei conflitti, ma saranno diversi da come siamo abituati a concepirli, forse meno letali, sicuramente più estesi e più complessi. Gli strateghi contemporanei devono considerare nuove forme di combattimento, che si sovrappongono e si intrecciano, condotte con nuove armi e in nuovi campi di battaglia. Oggi si può – e si deve – confliggere su più dimensioni contemporaneamente, con diverse combinazioni di armi. Vi sono e vi saranno sempre più guerre economiche, commerciali e finanziarie combattute a colpi di sanzioni, dazi, sussidi e speculazioni nelle Borse per far crollare il valore dei titoli di Stato, delle monete nazionali o del mercato azionario del nemico, guerre informatiche e cibernetiche condotte per paralizzare infrastrutture strategiche, guerre psicologiche e cognitive e guerre di informazione – ed è proprio sulle guerre di informazione che vogliamo concentrare la nostra attenzione.
Nel corso degli ultimi secoli abbiamo assistito a una progressiva politicizzazione delle masse, mentre i popoli hanno adottato forme di organizzazione sempre più democratiche. I Governi, tanto nella loro ordinaria amministrazione, quanto – a maggior ragione – nel bel mezzo di uno sforzo bellico, necessitano di poter contare sul consenso dei cittadini. Quando il consenso c’è, lo si deve mantenere e alimentare, quando invece manca, bisogna crearlo o «fabbricarlo». Va da sé che il ruolo della propaganda è andato crescendo e le sue tecniche affinandosi. L’élite politica deve saper persuadere i popoli per prendere e conservare il potere, talvolta ricorrendo persino all’inganno e alla manipolazione.
Questi discorsi, che valgono generalmente in tempo di pace, sono ovviamente estremizzati durante un conflitto. Da un lato sempre più aspetti della sfera non-militare vengono invasi dalla guerra, dall’altro bisogna tenere a mente che i soldati non sono più sudditi, ma cittadini, del cui morale e delle cui opinioni un esercito si deve preoccupare. Le masse, prima tenute ai margini degli eventi bellici, ne sono ora sempre più coinvolte. I civili sono gli obiettivi delle guerre di informazione, perché è innanzitutto sulle persone comuni che ricadono i maggiori costi umani ed economici dei conflitti. È inoltre fondamentale riuscire a influenzare l’opinione pubblica dei Paesi terzi, per spingerli all’intervento, oppure mantenerli nella neutralità.
Si colpisce il fronte interno per far crollare l’approvazione all’iniziativa militare del nemico, perché perdere il consenso popolare durante un conflitto significa perdere la guerra. Il dibattito pubblico si trasforma quindi in un campo di battaglia, i mezzi di informazione diventano armi, le opinioni si militarizzano, mentre gli intellettuali e i giornalisti vengono reclutati per condurre questo tipo di ostilità.
Quando scoppia una guerra, si è soliti ripetere che la Verità è sempre la prima vittima. Questo è l’incipit narrativo di ogni conflitto che abbia rilevanza mediatica. La frase è erroneamente attribuita a Eschilo, quasi come se inconsciamente sapessimo che ogni guerra, fin dall’antichità, ha avuto le sue narrazioni, dove la realtà viene distorta dalla propaganda dei belligeranti, dove anche l’opinione pubblica viene mobilitata e arruolata a sostegno dello sforzo bellico.
Il racconto della guerra è inevitabilmente di parte e tende sempre alla semplificazione, affinché non si insidino dubbi nelle menti dei soldati al fronte e dei civili nelle retrovie. La complessità di un ragionamento sulle sue cause viene estromessa a favore dell’irrazionalità. Le contrapposizioni diventano divisioni assolute tra il bene e il male, tra buoni e cattivi. Le proprie ragioni vengono santificate, mentre quelle dell’avversario vengono negate. Il nemico perde qualsiasi legittimazione politica e morale, deve essere criminalizzato per giustificare la nostra brutalità nei suoi confronti. Dinamiche che vengono brillantemente raccontate da Zweig nella propria autobiografia – «Il Mondo di Ieri» – in un passaggio all’interno del capitolo intitolato «Le Prime Ore della Guerra del 1914», che è interessante riportare per intero:
«Nel 1914 tutti i popoli combattenti si trovarono in uno stato di sovreccitazione. La diceria più stolta si trasformava subito in realtà, la più assurda calunnia veniva creduta. A dozzine c’erano persone in Germania pronte a giurare di aver visto coi loro occhi le automobili cariche d’oro recarsi dalla Francia in Russia. Le fiabe degli occhi cavati e delle mani mozzate, che affiorano in ogni guerra sin dal secondo o dal terzo giorno, riempivano i giornali. Non sapevano quegli ingenui che la tecnica di attribuire al soldato nemico ogni possibile crudeltà fa parte del materiale di guerra quanto i proiettili e gli aeroplani e che essa viene cavata dai magazzini regolarmente al principio di ogni conflitto. La guerra non può essere messa d’accordo con la ragione e con il senso di giustizia, essa esige entusiasmo cieco per la propria causa e odio contro l’avversario.
Ma è proprio della natura umana che i sentimenti acuti non si possano prolungare all’infinito, né nell’individuo, né in un popolo e ciò è ben noto a ogni organizzazione militare. Questa perciò ha bisogno di un assillo artificiale e simile compito d’incitamento dev’essere assolto – con buona o cattiva coscienza, per convinzione o per abilità di mestiere – dagli intellettuali, dai poeti, dagli scrittori, dai giornalisti. Essi dovevano battere il tamburo dell’odio e lo fecero con la massima energia, sino a quando ogni persona ragionevole ne ebbe le orecchie e il cuore dolenti. Quasi tutti in Germania, in Francia, in Italia, nel Belgio e in Russia obbedirono alla propaganda di guerra e con ciò alla follia e all’odio collettivo della guerra, invece di insorgere a combatterli.
Le conseguenze furono disastrose. Allora la propaganda non si era ancora logorata per uso di pace e i popoli – malgrado le molte delusioni – ritenevano ancora vera ogni cosa stampata».
Sono impressionanti le analogie tra quanto racconta Zweig del 1914 e le reazioni alla riesplosione della guerra in Ucraina nel 2022. Evidente è inoltre il parallelismo con la strumentalizzazione della cosiddetta «Strage» di Buča, utilizzata dalla propaganda bellicista per fissare un punto di non ritorno in questo conflitto. Il Sindaco, nell’annunciare il ritiro dei Russi dalla città, non fece alcuna menzione ai cadaveri abbandonati senza sepoltura lungo le strade. Dovranno passare alcuni giorni prima che si inizi a parlarne e accusare ovviamente i Russi di questo crimine. Il New York Times – nella sua ricostruzione – sosterrà che le immagini satellitari di cui è in possesso dimostrerebbero che alcuni corpi senza vita fossero già nelle strade nelle settimane precedenti, durante l’occupazione, ma allora perché attendere così tanto per denunciare queste atrocità?
Intervistato da Associated Press pochi giorni dopo gli orrori di Buča, Zelenskij ha comunque continuato a tenere aperta la possibilità di dialogare con la Russia, dichiarando di non voler «perdere le opportunità – se ce ne sono – per una soluzione diplomatica», poiché riteneva prioritario «fermare questa guerra». Ma la pressione politica e mediatica esercitata dall’Occidente sull’opinione pubblica e sulla stessa Ucraina, enfatizzando e sfruttando un evento dai contorni ancora troppo oscuri e contraddittori per conoscerne le vere dinamiche, ha costretto il Presidente ucraino ad abbandonare qualsiasi via negoziale.
Un ulteriore fattore che si impone – o si aggrava – durante un conflitto è la censura, che filtra le notizie e controlla le informazioni per orientare e manipolare le opinioni. Sfruttando i poteri speciali conferiti dalla legge marziale, Zelenskij ha emesso un Decreto Presidenziale per l’«attuazione di una politica informativa unificata» che pretende di trasmettere un’informazione univoca, approvata dal Governo, attraverso un’unica piattaforma di notizie che trasmette su tutti i canali televisivi. Mentre il Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale dell’Ucraina ha vietato a 11 partiti dell’opposizione di proseguire la loro attività politica perché accusati di legami con Mosca.
In Russia invece, nei primissimi giorni di guerra, il Servizio Federale per la Supervisione nella Sfera delle Comunicazioni, delle Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni di Massa ha minacciato di limitare e multare tutti quei canali che definiscono l’«Operazione Militare Speciale» in corso come un «attacco», un’«invasione» o una «dichiarazione di guerra» e ricorda «che sono le fonti di informazione ufficiali a disporre di notizie affidabili e aggiornate». Inoltre si è deciso di bloccare Facebook, come ritorsione per aver ristretto l’accesso ad alcuni dei principali canali di informazione russi e limitare l’accesso a Instagram.
In Europa la censura si è abbattuta contro quella che viene definita la «macchina mediatica del Cremlino». Bruxelles vuole impedire che gli Europei vengano informati e influenzati dalle notizie e dalla propaganda russa, così il Consiglio Europeo ha adottato misure per sospendere la diffusione di Russia Today e Sputnik nel territorio dell’Unione Europea, accusati di «condurre azioni di disinformazione e manipolazione delle informazioni contro l’UE e i suoi Stati membri».
Parlando di fronte al Congresso degli Stati Uniti, Zelenskij ha riconosciuto l’importanza della vittoria anche nella «battaglia per le menti». Le sue capacità propagandistiche sono infatti risultate fondamentali nel sostenere il morale della sua Nazione e nel convincere le Cancellerie occidentali a fornire armamenti sempre più sofisticati. Contro ogni previsione, l’Ucraina non solo è sopravvissuta all’invasione, ma è addirittura riuscita a conseguire alcune vittorie significative nel corso della sua prima contro-offensiva. La riconquista della Crimea e del Donbass rimane ovviamente un’illusione, tuttavia dopo quasi 600 giorni di guerra la situazione rimane contesa e gli esiti sono incerti. La Russia non è ancora riuscita a conseguire gli obiettivi che si era prefissata agli inizi della sua «Operazione Militare Speciale» e deve anzi preoccuparsi di sopprimere tutte quelle voci critiche contro il Ministero della Difesa, che potrebbero allargarsi alla contestazione aperta contro il Cremlino.
Per i belligeranti, saper raccontare la guerra e saper spiegare le proprie ragioni all’opinione pubblica – interna e internazionale – è quindi diventato tanto importante quanto saper condurre le operazioni militari sul campo di battaglia, perché i mezzi di informazione sono ormai diventati armi decisive per raggiungere i propri obiettivi strategici e ottenere la vittoria nelle nuove Guerre Ibride.