Sacha Cepparulo
«Il Mago del Cremlino» è un film diretto dal regista francese Olivier Assayas, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, vincitore del Grand Prix du Roman de l’Académie Française.
Come nel romanzo, l’opera cinematografica è ambientata nella Russia post-sovietica e vede come protagonista Vadim Baranov, personaggio di finzione chiaramente ispirato a Vladislav Jurevič Surkov, ex ViceCapo dell’Amministrazione Presidenziale nonché Assistente del Presidente.
Nella seconda metà degli anni ’90 l’oligarca Berezovskij si rivolge a Baranov, allora noto produttore televisivo moscovita, per affidargli le strategie mediatiche della campagna elettorale in vista delle successive elezioni presidenziali. In pochi mesi i due riescono nel proprio intento. Da percentuali irrisorie il gradimento per l’ex Presidente aumenta vertiginosamente e Boris Eltsin viene rieletto.
Il suo stato di salute e la condizione in cui versava il Paese convincono Berezovskij a proporre il nome di Vladimir Vladimirovič Putin, allora direttore del FSB, prima per l’incarico di Primo Ministro, poi per la carica di Presidente. Mentre il capitalista russo pensava di avere a che fare con una personalità da anni ’90, quindi influenzabile e portatrice di un’idea piuttosto soft del potere statale, grazie alla sua intuizione da artista Baranov [Surkov] comprende perfettamente che le cose stavano diversamente.
Ha così inizio il ritorno alla forza, all’ordine, alla «veriticalità della società». Baranov [Surkov] capisce prima di tutti come superare il caos post–moderno e attuare la nuova linea politica, attraverso la cosiddetta «democrazia sovrana». Il capitalismo e la liberalizzazione della vita civile non devono più essere l’unico obiettivo primario della politica interna. Tali conquiste sono costate moltissimo al Popolo russo, infatti democratizzazione e privatizzazioni sono state nei fatti sinonimi di anarchia, povertà, marginalizzazione sociale, violenza, sfruttamento, inganno.
Tali criticità strutturali sono superate proprio attraverso la sovranità ritrovata. L’insofferenza per come erano andate le cose, la voglia di rivalsa e l’aspirazione alla gloria e alla grandezza costituiscono la base socio-emotiva del consenso al potere putiniano. Il protagonista non legittima il nuovo sistema limitandosi a richiamare le antiche certezze sovietiche, ma, da vero e proprio demiurgo forgia le anime del dibattito pubblico, plasmando la nuova società post–sovietica in modo che delusione, malcontento e ribellione agiscano in realtà a favore del potere. Una «democrazia sovrana» e guidata che si serve del caos per mantenere la stabilità.
Non a caso Baranov [Surkov] è definito un acrobata, un equilibrista. Egli è in grado di gestire il proliferare del disordine, piegare all’agenda politica – se necessario o conveniente – l’imprevisto, facendo in modo che decisioni adottate in precedenza non solo siano avvertite, ma si concretizzino come il risultato dell’azione dei più, financo dei dissidenti e degli oppositori.
Il romanzo termina con un accenno alla guerra in Ucraina, scelta non condivisa dal Mago del Cremlino e causa delle sue dimissioni. Tale posizione nel film è leggermente accentuata anche in riferimento alle dimostrazioni di Piazza Maidan e alla crisi di Crimea. In ogni caso, il film è abbastanza fedele al romanzo e il personaggio di Putin – interpretato da Jude Law – è ben riuscito.
Le frequenti citazioni testuali dell’opera aiutano lo spettatore a ricordare che Il Mago del Cremlino è un’opera dedicata in prmis al potere e solo secondariamente alla Russia putiniana. In riferimento a ciò, il regista esagera nell’attribuire a Baranov [Surkov], cinico uomo di potere dalla spiccata intelligenza e sensibilità artistica, quei conflitti psicologici e morali molto in voga in Occidente, in cui l’assenza di scrupoli, la dipendenza dal potere, il rimorso per l’assenza di rimorso per le proprie malefatte, la comprensione dell’inevitabilità dell’azione forte dello Stato in un Paese come la Russia e, infine, della forza tragica e irriducibile del dolore umano si alternano esasperando il tema del peso e dell’autocolpevolizzazione dell’uomo di successo che trova nell’amore della moglie il proprio antidoto.
Antropologicamente tale solipsismo non rispecchia la psicologia di uomini formatisi in un’epoca completamente differente – quella sovietica – i quali, a circa 20 anni, si trovarono realmente in una condizione simile a quella divina. Nella Russia in fieri, infatti, bastavano pochi dollari per crearsi una professione e un futuro, qualche espressione inglese per convincere tutti della propria autorevolezza, la scarsa conoscenza dei realia quotidiani occidentali per lanciarsi in ogni ambito. In quegli anni si poteva realmente creare dal nulla, con tutti i rischi connessi a simili azioni in un contesto sociale ed economico così magmatico ed estremo.
A differenza del romanzo, nella pellicola Baranov, dopo aver salutato l’ospite a cui aveva raccontato quanto qui brevemente riassunto, viene ucciso con un colpo di pistola. In questo modo il regista ha deciso di sottolineare la disumanità di ogni potere forte, inteso come cieca meccanicità che soppesa automaticamente pro e contro, preferendo «prevenire piuttosto che curare». La stessa fine degli oligarchi – si pensi a Berezovskij – dei dissidenti e degli oppositori politici.
La disumanità è però da intendere non solo da un punto di vista morale. In questo modo, il potere russo farebbe a meno dell’elemento personalistico, completamente escluso con l’eliminazione del suo stesso artefice. In realtà, ciò non rispecchia il reale stato delle cose, tanto che il vero Surkov è vivo e vegeto, seppure ormai lontano dal potere. Ovviamente, figure di questo tipo corrono simili rischi – si pensi a Prigožin, personaggio ben riuscito nel film. D’altro canto, il sistema politico della Federazione Russa si configura come ripristino dell’autorità statale in un contesto di potentati che sono stati inglobati o estraniati dal sistema.
Essi, però, rimangono e continuano a esprimere interessi e ambizioni personali contrastanti, cosa che spiega la necessità della personalizzazione delle istituzioni – e della loro instabilità – e degli equilibri politico-strutturali interni. Nella fattispecie, la specificità della figura di Baranov-Surkov è ulteriormente confermata dal fatto che la sua «squadra» non è stata rimossa, ma ricopre, grossomodo, ancora le stesse cariche.
Sacha Cepparulo è nato nel 1996 a Magenta [MI]. Mentre studiava Filosofia all’Università degli Studi di Milano ha iniziato l’apprendimento della lingua russa perfezionato in due soggiorni a Novosibirsk. Dopodiché si è trasferito a San Pietroburgo, dove ha vissuto 8 anni, per studiare Filosofia e Letteratura Russa presso l’Università Statale di San Pietroburgo. Da anni collabora con diverse testate giornalistiche e riviste sia italiane sia russe tra cui Limes, Barbadillo, Centro Machiavelli, Dimensione Cosmica, Dissipatio, Il Borghese, Il Talebano, Puti Rossii, S.T.O.L. e Studi Evoliani. Ha scritto «La Russia allo Specchio. Le Correnti di Pensiero Politico all’Ombra del Cremlino» [2025], edito da Idrovolante Edizioni. Si occupa di traduzioni dal russo all’italiano e viceversa ed è il creatore del canale Telegram russofono «Italja-Rossija», che redige adoperando l’ortografia classica della lingua russa. Infine è Fondatore e residente dell’osservatorio «La Grande Europa», che si occupa principalmente di Russia e delle sue relazioni con il nostro Continente.